C’è una cosa che mi ha sempre colpito della scrittura cinese, questo suo senso di apertura e non chiusura di significato; partire da un carattere che associato ad un altro “da vita” ad un significato autonomo:
- 龙 (lóng) drago, 头 (tóu) testa, 龙头(lóngtóu), “testa di drago”, rubinetto;
- 留 (liú) rimanere, 言 (yán) parlare, 纸 (zhǐ) carta, 留言纸 (liúyánzhǐ) “la parola che rimane sulla carta”, post it;
- 钉 (dìng) cucire, 书 (shū) libro, 机 (jī) macchina/macchinario, 钉书机 (dìngshūjī) “la macchina che cuce il libro”, cucitrice;
- 口 (kǒu) bocca, 红 (hóng) rosso, 口红 (kǒuhóng) “la bocca rossa”, rossetto.
Questo modo di costruire le parole mi ha sempre fatto pensare ad uno schizzo su un foglio bianco, quando l’artista comincia a “dar vita” alle proprie idee, partendo da un punto, da una pennellata, per finire altrove.
<<Hai mai visto un dipinto compiuto? Un dipinto, o qualsiasi altra cosa. Guai a te, quando dirai di aver concluso.. Compiere un’opera? Concludere un dipinto? Che sciocchezza! Compiere significa farla finita con un oggetto, ucciderlo, levargli l’anima, dargli la puntilla, finirlo, come di dice qui, cioè dargli quanto vi sia di più spiacevole per il pittore e per il quadro: il colpo di grazia>> [Picasso, Propos sul l’art, cit., p. 164]