Questa settimana vi propongo un’intervista ad una sinologa conosciuta quasi per caso, ma con estremo piacere: Lara Momesso.
Uno dei miei siti preferiti che parla di Cina contemporanea in senso ampio è Cinaforum; all’interno del sito potrete trovare una sezione dedicata ai chéngyǔ 成语, ed è proprio da questi idiomi della lingua cinese che mi sono messa alla ricerca di Lara.
Lara, iniziamo l'intervista con una delle 5 domande d'oro che si
fanno a chi parla cinese: come ti è nata la passione per la Cina?
Eheh, in molti mi hanno fatto questa domanda! E la risposta è tanto semplice quanto complicata, perchè, come ogni passione, non è importante solo il momento in cui nasce, ma anche come la si nutre, cresce e cambia!
Tutto è nato perchè volevo conoscere qualcosa in più di un mondo che mi era completamente sconosciuto. Al momento in cui dovevo decidere che studi fare all’università ho deciso di orientarmi verso il paese più lontano e sconosciuto, a me, tra quelli disponibili all’Orientale di Venezia. E fu così che scelsi la Cina. Tuttavia la passione vera è iniziata molti anni dopo!
Ci puoi raccontare la tua prima esperienza in Cina?
La mia prima visita in Cina fu nel 2001. Finalmente avevo l’opportunità di toccare con mano un mondo che avevo conosciuto tramite i libri e le foto. Finalmente prendeva forma nei colori, suoni, odori, persone che incontravo, posti che visitavo, esperienze che scrivevo nel mio diario di viaggio.
Quella prima volta (e chi la dimenticherà mai la prima volta in Cina) è stata a Kunming, come studente di lingua cinese alla Yunnan University. Passavo le mattine in classe a studiare il cinese, i pomeriggi al bar con il nostro maestro e ripassare il cinese, e le sere nei parchi ad aspettare che qualcuno venisse a parlarmi così potevo mettere in pratica le cose imparate durante il giorno.
Lo Yunnan è molto varia dal punto di vista paesaggistico e umano. Con questa terra rossa, che, non appena te ne esci dalla capitale, fa contrasto con il cielo blu, una temperatura mite nel corso di tutto l’anno, Xishuangbanna al sud, una prefettura autonoma confinante con Myanmar e Laos, Shangri-la (Zhongdian) al confine con il Tibet, le minoranze sparse in tutto il territorio. Mi ricordo ancora, e non me la dimenticherò mai, la notte in cui, con il nostro mezzo di trasporto più odiato, tuttavia più usato, lo sleeping bus, siamo andati a Xishuangbanna tramite una strada di 500 Km di sassi e buche. Una notte intera, aggrappata alle sponde del letto del bus, per non cadere giù, esasperata dai salti provocati dalla strada dissestata. Fino a quando non ho guardato fuori dal finestrino. Tutto nero intorno a noi, e un po’ più su, un letto di stelle, e poi delle scie bianche, una dopo l’altra. Enormi. Non credevo ai miei occhi. Ho chiamato la mia amica per capire se stavo sognando o se era vero. Non ho mai più visto delle scie di stelle cadenti così grosse e rimanere così a lungo nel cielo.

Ora quel pezzo di strada fa parte della Kunming-Bangkok International Express Highway, completata nel 2008, con lo scopo di favorire connessioni commerciali tra Cina, Thailandia e Laos e che, se ha portato sviluppo economico da un lato, ha anche rafforzato le relazioni di potere tra questi tre paesi, con il Laos ultimo della lista.
Ci siamo prese qualche settimana per viaggiare in altri posti, Guilin e Yangshuo; Kaifeng, l’antica capitale del periodo Song; Wunan nello Hubei; Luoyang nello Henan, vicino alle bellissime grotte buddiste di Longmen; Beijing, la capitale; Chengdu, la capitale della provincia del Sichuan. La lista è lunghissima, non me li ricordo più i nomi dei piccoli villaggi che ho visitato, la parte per me più affascinante della Cina!



Durante quella prima esperienza mi sono semplicemente fatta un’infarinatura di cosa poteva essere la Cina. È un paese talmente vasto, con talmente tanta diversità, pieno di contraddizioni, così diverso eppure così simile al mondo in cui sono nata e vissuta (un piccolo paesino del trevigiano) che è difficile da capire, metabolizzare e poi spiegare.
Così sono arrivata a casa, dopo sei mesi di Cina, piena di racconti esotici, spesso inverosimili, sul cibo, i bagni, le file alle stazioni degli autobus, la curiosità della gente, le esperienze nei mezzi pubblici, la negoziazione ai mercati, le piccole grandi esperienze negli ospedali. Mi sono fatta le ossa, lo ammetto, con questo viaggio. Ma non avevo ancora capito molto della Cina.
Ci sono voluti anni per arrivare a una comprensione più articolata e meno superficiale delle culture e società che formano quella cosa che chiamiamo Cina.
Ho lavorato per un’azienda italiana a Ningbo dopo che mi sono laureata. Ero affascinata dalla parte delle interazioni umane, tra cinesi e italiani, italiani e italiani, donne e uomini, cinesi e cinesi. Tuttavia ero abbastanza disinteressata alla parte commerciale e tecnica. Ho girato pagina quando ho ricevuto una borsa di studio per andare a studiare un Master a Taiwan. Qui il fiorellino della passione, seminato tanti anni prima e costantemente annaffiato e curato, è esploso!
Attualmente vivi in parte in Inghilterra e in parte a Taiwan;
ci puoi spiegare come sono ora i rapporti tra la Cina e Taiwan?
Non sapevo quasi nulla in riguardo a Taiwan prima di andarci. L’isola ribelle, l’isola che avevo sempre snobbato negli anni precedenti perchè mi era sempre stata venduta come un posto ad alta tecnologia e sviluppo, l’isola in cui l’influenza degli Stati Uniti è ovunque, l’isola occidentalizzata. Sono arrivata con il mio zainetto, meta Taipei, National Chengchi University, Master in Comunicazione Internazionale.
Sì, è vero, Taiwan è sviluppata, tecnologica (quanto abbiamo da imparare!!), facile da accedervi, libera. Ma Taiwan è anche un gioiello che ha preservato la cultura e le tradizioni cinesi molto più che la Repubblica Popolare Cinese, è un’isola accogliente e calorosa, con una diversità culturale ed etnica che non avrei mai immaginato. Il fatto che a Taiwan siano state preservate le tradizioni è conseguenza delle diverse politiche che sono state portate avanti dalle due Cine, da una parte Mao, nella Repubblica Popolare Cinese, ha spinto per un distaccamento dalle tradizioni, dall’altra Chiang Kai-shek, a Taiwan, ha spinto per preservare le tradizioni cinesi. Questo ha fortemente influenzato lo sviluppo delle due società: a Taiwan ci sono ancora i caratteri tradizionali, in Cina Mao ha introdotto quelli semplificati; le famiglie a Taiwan hanno mantenuto la struttura patriarcale (simile alle nostre campagne in Italia), mentre in Cina la politica del figlio unico ha spinto per una nuclearizzazione delle famiglie; in Taiwan gran parte della popolazione crede/pratica qualche religione, mentre in Cina la maggior parte della popolazione si dichiara atea. Sebbene le cose siano cambiate da entrambe le parti, queste diversità sono molto visibili quando si osservano le due società.
Tutte queste contraddizioni sono diventate sempre più chiare e importanti per me quando ho iniziato a fare ricerca. Il mio fenomeno di interesse ha contribuito a questa consapevolezza: cross-Strait families (famiglie formate tra taiwanesi e cinesi). È un fenomeno piuttosto recente, visto che gli scambi umani, commerciali e postali tra Cina e Taiwan sono ricominciati gradualmente solo alla fine degli anni 80. Prima c’era uno stato di guerra tra le due parti (dal 1949 quando l’esercito nazionalista di Chiang Kai-shek, sconfitto dai comunisti di Mao, si è rifugiato a Taiwan). Poi dagli anni 90 la situazione è gradualmente cambiata (con degli alti e bassi storici), per arrivare ad oggi in cui gli scambi tra Taiwan e Cina, sebbene ancora complicati in certi settori, sono in un processo di liberalizzazione.
Come guardare a questi cambiamenti? Per la Cina, che vede Taiwan come una sua provincia, è visto di buon occhio. Maggiore dipendenza economica e interazioni tra le popolazioni potrà portare alla finale annessione di Taiwan.
Per Taiwan la cosa è un po’ più complicata in quanto, come democrazia, ci sono visioni piuttosto diverse. Il governo correntemente in potere, il partito nazionalista, spinge per una maggiore interazione tra le due parti. I taiwanesi, non molto contenti di considerarsi come parte della RPC, ma felici di avere accesso alle opportunità economiche che essa offre, si trovano un po’ imbavagliati. In questi ultimi anni, di fronte ai vari accordi fatti tra Cina e Taiwan, prevalentemente economici, ci sono state svariate proteste contro il governo e la sua tendenza pro-Cina. Una settimana fa i due Presidenti si sono incontrati a Singapore. È stato un momento storico in quanto è stato il primo incontro tra le due maggiori autorità statali dal 1949. Le proteste a Taiwan non sono mancate. C’è questa idea che l’attuale Presidente taiwanese abbia svenduto Taiwan alla Cina. Insomma, è molto complicata la situazione tra le due Cine, e le relazioni tra i due popoli, anche le più semplici tra mogli e mariti, sono pervasi di queste sfumature politiche, storiche, e culturali.
Taiwan, la Cina, per me sono due universi paralleli. Non le riesco ad identificare una nell’altra. Ci sono degli elementi di continuità, ma poi, non appena ci sei dentro e cominci a scavare uno strato e poi un altro e poi un altro ancora, i dettagli ti portano sempre più lontano. Ecco è forse nei chéngyǔ 成语 che vedo continuità tra le due parti, o, in altre parole, nell’eredità culturale che le due società hanno in comune ma che poi è stata sviluppata diversamente, particolarmente negli ultimi cento anni.

Abbiamo seguito la tua rubrica su Cinaforum dedicata ai
chéngyǔ 成语; potresti spiegarci cosa sono e cosa rappresentano
nella cultura cinese?
I chéngyǔ 成语 sono delle locuzioni idiomatiche formate da 4 caratteri e che derivano dalla tradizione antica cinese, i testi antichi, le poesie, e gli aneddoti classici. Tramite i chéngyǔ si possono illustrare in modo sintetico ma suggestivo un gran numero di concetti, e sono molto usati ancor oggi sia nei testi scritti che nella lingua parlata. Ci sono entrata un po’ per caso nel mondo dei chéngyǔ, per la rubrica di Cinaforum, e mi si è aperto un mondo di immagini e racconti molto articolato e suggestivo. Un altro angolo per conoscere la Cina!

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